I “dirigenti pubblici” sono stanchi di essere considerati solo un costo e non una risorsa. Siamo laureati, specializzati e abbiamo vinto concorsi pubblici seri e selettivi. Rispondiamo alla Nazione, e siamo al servizio dei cittadini, e non del politico di turno.

Grazie a noi funziona con imparzialitá – a tutela di tutti, e, quindi, della democrazia – lo Stato e ogni funzione di corresponsione di servizi, e contributi ai cittadini.

Siamo un universo molto eterogeneo, per posizioni, responsabilità e compensi percepiti, che variano in modo anche molto rilevante, come ha riconosciuto la stessa Ministra Madia.

Non  è corretto né utile generalizzare perché si ingenera confusione e non si fornisce una corretta informazione al pubblico, che richiede invece giustamente la massima trasparenza e precisione.

Infatti, se è sacrosanto che i cittadini abbiano tutto il diritto di valutare come vengono spesi i loro soldi, il presupposto per effettuare questa valutazione è che gli stessi cittadini siano correttamente informati su osa é e cosa fa la Pubblica Amministrazione.

Allora, cominciamo con il fare chiarezza. 

E’ importante intanto stabilire che i manager delle grandi società partecipate che percepiscono altissime retribuzioni  sono nominati dalla politica e quindi non possono essere considerati dirigenti pubblici in senso stretto, in quanto nella quasi totalità dei casi non provengono dal pubblico impiego ma dal mondo privato e vengono scelti proprio dalla politica .

I dirigenti dello Stato  in senso stretto siamo vincitori di concorsi pubblici molto selettivi in ossequio alla costituzione che prevede, all’art.97 il concorso pubblico come ordinaria modalità di accesso al pubblico impiego, per poter selezionare i migliori e dare la possibilità a tutti coloro che hanno determinati requisiti di partecipare e competere per quei posti. Attualmente la legge permette, per una piccola percentuale, l’assunzione diretta di dirigenti a tempo determinato anche  esterni, e quindi senza concorso pubblico,   ma tale strumento è stato talvolta utilizzato in modo clientelare proprio a causa della notevole discrezionalità nella scelta della persona.  

E quella dirigenza ha spesso retribuzioni fuori controllo, ovvero ha creato danni all’amministrazione.

La voci sulla riforma della dirigenza che vuole il Governo  partono dall’esigenza  di realizzare un efficientamento: questo obiettivo non può che essere condiviso da tutti i dirigenti. 

Anche un’operazione di revisione degli stipendi, nell’ottica della eliminazione della ” giungla retributiva” e di collegamento ulteriore della retribuzione ai livelli di responsabilitá,  non sarebbe certo osteggiata dai dirigenti pubblici. 

Peró sia chiaro che giá siamo soggetti alla valutazione, rispondiamo a livello civile, penale, amministrativo, contabile e disciplinare del nostro agire e siamo passibili di licenziamento se non raggiungiamo gli obiettivi.

Abbiamo  tutto l’interesse a lavorare meglio: nella stragrande maggioranza dei casi percepiamo  cifre piú basse dei colleghi europei e lavoriamo con grande impegno e serietà, con collaboratori sempre piú anziani ( per il blocco del turn- over) e non scelti da noi.

Purtroppo, sui mass media vengono sempre riportati i rari casi di retribuzioni elevatissime ( che non sono dei dirigenti, ma dei manager scelti dalla politica) contrapponendole alle presunte generiche “gravi inefficienze” della burocrazia, ma questa genericità  e imprecisione delle accuse, ripetute come un mantra, finisce per screditare un’intera categoria di lavoratori senza distinzione alcuna, ed è questo discredito che i dirigenti pubblici non intendono  accettare, questo tentativo di far passare tutti per nullafacenti, incompetenti  e strapagati. Non É vero! Siamo competenti, preparati e pagati meno dei colleghi europei. Inoltre, abbiamo avuto, nello Stato Centrale, un forte ricambio generazionale ( 600 giovani dirigenti negli ultimi anni, grazie ai Corsi Concorsi della Scuola Superiore, su 2300 dirigenti totali) .

Il dirigente dello Stato persegue l’interesse dei cittadini, svolgendo i compiti a lui assegnati con diligenza e competenza,  ma per fare questo deve essere libero e non schiacciato dalla minaccia di perdere posto se non accontenta in tutto e per tutto il padrone di turno.

Per questa ragione la riforma non deve diventare  precarizzazione, che implica uno stato di soggezione che i dirigenti pubblici seri e onesti non potranno mai accettare. I dirigenti pubblici accettano i cambiamenti organizzativi e accolgono le innovazioni, contrariamente alle banalità che si leggono in proposito: da anni siamo valutati per il lavoro svolto, possiamo essere licenziati, abbiamo contratti a tempo per l’incarico.
Ma mai potremo accettare di essere sviliti, assoggettati e privati della dignità professionale e umana.

Roma, 4 aprile 2014

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