Tra i decreti di attuazione della cd legge Madia – di riforma e semplificazione della PA e della dirigenza – proprio quello sulla dirigenza richiama la massima attenzione.
Sembrerebbe strano, ciò, in un Paese normale, in cui nessuno si interrogherebbe piú di tanto sulle sorti di un “gruppetto” di non oltre 20 mila cittadini.
Qui in Italia, invece, piú che le innovazioni importanti recate dalla legge 124/2015 – ci si concentra da piú parti sul famoso e famigerato “ruolo unico dei dirigenti della Repubblica”.

Permettete, allora, alcune considerazioni da chi – nell’ambito dell’ unica Confederazione dei Dirigenti della Repubblica -  rappresenta tutte le componenti interessate dalla Riforma (dirigenza di Ministeri e di Enti locali, di Regioni e di Enti Pubblici non economici, di Autoritá e di Organismi a rilevanza costituzionale, di Agenzie e di Presidenza del Consiglio dei Ministri) si preoccupa solo di una cosa: che la riforma funzioni.

Perché funzioni deve partire, e deve partire bene.

Deve riconoscere il ruolo di chi, giá Dirigente della Repubblica oggi, svolge il proprio incarico con serietá, competenza e impegno, a seguito di vittoria (sì, vittoria in un concorso, non vincita al totocalcio!) e/o di ulteriori selezioni comparative e viene valutato positivamente.
Senza decadenze automatiche di alcun tipo.

Limiti ad una partenza efficace?
Su tutti, uno:  la mancata previa conoscenza del decreto attuativo e relativa condivisione con i sindacati.
Si teme – di norma – ciò che non si conosce.

Dai giornali apprendiamo che tutti gli incarichi dirigenziali decadranno automaticamente dopo 6 mesi dall’entrata in vigore della riforma.

E apprendiamo che alcune fasce di colleghi starebbero cercando di sottrarsi a ciò.

Nulla di piú errato: in una riforma che giá non comprende tutta la Dirigenza della Repubblica, perché esclude prefetti e diplomatici, professori universitari e presidi, vogliamo creare ulteriori divisioni?

La riforma deve partire, in tutta la sua forza innovatrice.

Soprattutto una riforma che ha nel suo dichiarato obiettivo la sottrazione della scelta dei dirigenti dalla politica non può escludere, in fase di prima applicazione, nessuno, per essere seria e non sembrare la copertura di altri fini.

Per farlo, occorre che sia varato un sistema unico di valutazione dei dirigenti della Repubblica e istituita una alta commissione imparziale per il conferimento degli incarichi dirigenziali che alla valutazione delle competenze, dei meriti e delle esperienze pregresse faccia riferimento imprescindibile.

Basteranno sei mesi?
Speriamo di sì, perché nel momento della decadenza automatica di tutti gli incarichi, dovrà essere pronto, per tutti, il nuovo meccanismo.

Meccanismo che, per funzionare realmente, deve vedere eliminata la “giungla retributiva” attualmente in essere: in parole povere, serve il nuovo contratto collettivo dei Dirigenti della Repubblica.

Vogliamo essere valutati, vogliamo un incarico dirigenziale, vogliamo retribuzioni adeguate.
Tutti.
Entro sei mesi.
O quando sará possibile.

Perché senza questi presupposti – ripeto: sistema unico oggettivo di valutazione; criteri di conferimento incarichi; commissione imparziale; retribuzioni omogenee a paritá di funzioni – la riforma sa tanto di precarizzazione iniqua e di lottizzazione.

Noi ci siamo: non per sentirci dire che saremo retrocessi a funzionari senza sapere bene né come né perché, e nemmeno per sentirci dire che dobbiamo trovarci il posto.

Noi vogliamo essere valutati, e tutti con lo stesso oggettivo sistema; vogliamo percorsi di carriera per i migliori e prospettive di crescita professionale.
Vogliamo lavorare e fare quello che siamo, per cui abbiamo studiato e siamo stati selezionati:  i dirigenti della Repubblica.
E vogliamo una Repubblica che tuteli i suoi dirigenti, che assicuri che non butterá via chi guida la macchina amministrativa, e sia madre e non matrigna di chi si impegna al servizio della Nazione.
E dalle matrigne, si sa, bisogna difendersi con ogni mezzo. SÌ o no?

Barbara Casagrande
Segretario Generale Unadis