Si riporta il commento di Francesco Seghezzi, Responsabile comunicazione ADAPT, sulla Legge del 10 dicembre 2014, n. 183 – Scarica Jobs Act.

Inizierá sul sito UNADIS la pubblicazione di vari commenti e articoli di studiosi e operatori in materia.

A distanza di più di dieci giorni è finalmente stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il testo della legge delega sul lavoro. Un provvedimento che ha lungamente alimentato grandi aspettative in chi attende una modernizzazione del nostro mercato del lavoro in sintonia con quella operata dagli altri Stati dell’Unione Europea, che paiono aver tutti recuperato livelli crescenti di occupazione.

Il cosiddetto Jobs Act ha infatti assegnato ai temi del lavoro il ruolo di colonna portante di una campagna politica iniziata almeno nel marzo del 2013. In forma embrionale di intenzione la nuova riforma era comparsa quindi ancora prima che venisse approvata quella dovuta al governo Letta. Un evidente sintomo della tendenza Italiana alla “riforma continua” che ci vede ora al settimo intervento in dieci anni. Riforma che quindi avrebbe dovuto fare definitivamente chiarezza su alcuni punti controversi e di dubbia interpretazione che alimentano l’incertezza del mercato del lavoro italiano.

A discapito del clamore suscitato, tanto da condurre allo sciopero generale dello scorso venerdì, le modifiche introdotte dalle deleghe non sembrano però porre il Governo nelle condizioni di completare un processo di riforma organico e coordinato.

Già contraddittorio appariva il contenuto della prima parte del Jobs Act realizzata con il D.L.34/2014 con una lieve semplificazione del contratto di apprendistato, contestualmente messa in concorrenza con la deregolamentazione del contratto a tempo determinato disposta dallo stesso decreto. Previsioni che ora paiono entrambe complessivamente in contrasto con la scelta di incentivare fortemente il ricorso al contratto a tempo indeterminato, operando inoltre una razionalizzazione delle altre forme contrattuali.

Il lavoro subordinato, privo di un evidente componente formativa e sostenuto inoltre dalla la leva dell’incentivazione economica, storicamente inefficace: questo in sostanza l’impianto di una riforma che per questo motivo non pare leggere pienamente le trasformazioni organizzative del lavoro, con riferimento soprattutto a nuovi mestieri e al lavoro autonomo, sostanzialmente trascurati dalle deleghe.

Non convince nemmeno l’intervento sulla flessibilità in uscita risultante dall’introduzione del contratto a tutele crescenti, seppur coerente con la ratio della flessibilizzazione in ingresso. Il nuovo panorama pare delinearsi nel segno di un nuovo dualismo nel mercato del lavoro (link editoriale prof) che accentua la disparità nei i livelli di tutela tra le generazioni.

Nell’impostare ancora più marcatamente il passaggio a un auspicabile regime di flexicurity, risulta poi di particolare interesse, anche se di minor fortuna mediatica, la delega alla riorganizzazione delle politiche sia passive sia attive. Ambito quest’ultimo nel quale il campanella d’allarme è già stato suonato dal ritardo nell’implementazione del piano Garanzia Giovani.

Se è vero infine che l’occupazione non si crea con interventi sul mero profilo normativo, vale la pena di segnalare un ulteriore illustre assente nel testo della delega. Si tratta di quella contrattazione aziendale, menzionata solo in riferimento alla revisione della disciplina delle mansioni. Il libero scambio tra salari e produttività costituisce invero il tratto comune di molte delle riforme realizzate dagli Stati europei che hanno conosciuto reali effetti positivi sulla crescita.