Intervento di Massimo Fasoli alla manifestazione nazionale di protesta della dirigenza pubblica indetta dalla Federazione dei dirigenti e delle alte professionalità della Cida il 9 dicembre 2004

La CIDA, da sola, ha indetto questa manifestazione di protesta dei dirigenti pubblici. Da sola, perché Cgil, Cisl e Uil hanno a particolarmente, direi esclusivamente, a cuore il personale non dirigente e perché le altre due organizzazioni rappresentative sono alle prese, la prima ,con problemi interni e la seconda la seconda, con problemi di collateralismo filo-governativo e filo –triplce. Eppure, sebbene soli, oggi, qui, al Teatro Valle, siamo quasi quanti eravamo la scorsa volta all’Eliseo. Il conduttore della mattinata che stiamo trascorrendo insieme mi ha affidato il compito di valutare il recente decreto legge, quello dell’assalto alla dirigenza. Prima però di esprimermi su quest’ultima nefandezza vorrei contribuire a chiarire lo stato attuale della dirigenza pubblica.
I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil dicono, l’avrete certamente letto sulla stampa più recente, che è uno scandalo che i lavoratori pubblici debba attendere da un anno il rinnovo contrattuale.E’ vero, è uno scandalo. Ma se questo è uno scandalo, come si può definire l’attesa dei dirigenti pubblici che dura ormai da tre anni?
Prendendo spunto dal luogo in cui ci troviamo, il Teatro Valle, sembra che questo Governo, nei panni di un ottuso e arrogante regista, voglia spingerci ad una recita spenta e stanca del nostro ruolo di dirigenti pubblici fino a giustificare la nostra sostituzione con suoi amici, suoi parenti, suoi ascari, insomma con le sue truppe cammellate.
Questo Governo dimentica, però, che noi, noi dirigenti pubblici, siamo lo Stato, non lui, per sua natura transeunte.
L’amico Zucchelli, presidente dell’Anaao-Assomed, vi ha già descritto i tentennamenti amletici del Governo sull’entità delle risorse per i rinnovi contrattuali del secondo biennio (3,7%; nooo: 8%!; facciamo il 4,2% e non se ne parli più!), tentennamenti ormai risolti (al 3,7 beninteso!) con la stretta ai contratti dei dipendenti pubblici, soprattutto quelli dei dirigenti, per ricavare le risorse per la varata riforma – riforma si fa per dire – fiscale e vi ha già spiegato come la annunciata riforma fiscale del prossimo anno finirà, ineluttabilmente, con l’incidere sullo stato sociale. E’ questo un Governo di forte connotazione neo-conservatrice, che non sa mantenere le promesse se non quelle che gli convengono, a lui e ai suoi amici.
Ciò che troviamo grottesco e paradossale è che noi dirigenti, noi che abbiamo gestito lo stato sociale tra mille difficoltà, alle prese con una legislazione diluviante, tumultuosa, complicata, contraddittoria e, talvolta incomprensibile, ebbene noi, proprio noi, saremo chiamati a gestire il dissolvimento dello stato sociale.
E questo, come cittadini e come dirigenti sindacalizzati, comporterà una inequivocabile scelta di campo.
La pubblica Amministrazione costa troppo, dicono. Ed è vero. Ma se qualche luminare di contabilità pubblica, qualche nordico giornale di prestigio evangelico si dessero la briga di indagare sui costi reali delle esternalizzazioni e li paragonassero con quelli indotti dall’inarrestabile out-sourcing a privati, scoprirebbero quello che noi già sappiamo e, da tempo, andiamo dicendo e cioè che i costi, con l’avvento dei privati sono enormemente aumentati. Sappiamo di frotte di banche e di assicurazioni più o meno lombardo-padane pronte a svuotare le casse pubbliche. Non sono chiacchiere: sappiamo, ad esempio, quanto pesa sul bilancio dello Stato la Consip per l’approvvigionamento di beni e servizi!
Avvicinandosi velocemente le elezioni di primavera la politica, tutta la politica, si ingegna a manifestare comprensione, ma non basta, tutta la disponibilità a incidere a fondo sulla legge Frattini (e l’apripista Bassanini dove lo mettiamo?). Bene, potremmo dire, a metà tra speranza e dubbio.
Ma non siamo nati ieri, purtroppo, e sappiamo quanto l’agone elettorale spinga i politici a gettare il cuore oltre l’ostacolo, sempre pronti, però, a tornare sui propri incauti passi: ne è prova – e così torno alle nefandezze – un episodio di qualche giorno fa, destinato a diventare un aneddoto. All’Adige, che non è un fiume pur avendo un fiume di idee, c’è stato un convegno sulle prospettive della dirigenza. Degli uomini politici presentii, di maggioranza e di opposizione e non di secondo piano, non ce n’è stato uno che non si sia dichiarato pronto alle opportune rettifiche della Frattini. Ebbene, pochi giorni dopo, nella Gazzetta Ufficiale del 29 novembre è stato pubblicato il decreto legge 280 (firmato dal Capo dello Stao) con il quale è fatta l’interpretazione autentica del 6° c. dell’art. 19 della l. 145, nel senso che a funzionari dell’area professionale C - anche interni all’amministrazione – possono essere conferiti incarichi dirigenziali NON generali, purché laureati (occorre rammentare che prima del decreto legge in questione a quel personale sarebbe stato possibile conferire anche incarico dirigenziale di livello generale). Tale interpretazione autentica è scaturita dalla necessità di sterilizzare il parere del Consiglio di Stato in seduta plenaria, secondo il quale il 6° comma era indirizzato esclusivamente agli ESTERNI. C’è poi l’altro comma che, per i dirigenti di 2^ fascia, riduce da cinque a tre anni il periodo di esercizio delle funzioni dirigenziali di livello generale per il transito definitivo in tale qualifica. L’interpretazione autentica, evidentemente non era sufficientemente salvifica, anzi per qualche amico di amico o per qualche parente era dannosa quanto mai.
Ed ecco che due giorni dopo, nella più trascurata delle rubriche della G.U., quella degli Avvisi, appare una correzione, un banale “leggasi”, con cui è chiarito definitivamente che a funzionari dell’area professionale C anche interni all’Amministrazione conferente purché laureati possono essere attribuiti incarichi di livello generale, anche di Segretario generale o di Capo Dipartimento.
Nefanda la procedura che pone in non cale la firma del Capo dello Stato, quasi si fosse trattato di un refuso, di un errore della dattilografa.
Nefando il senso della norma così “letta”. E sappiamo perché così è stata “letta” la norma del d.l.: è stato il prezzo a un Ministro che sedeva ad un centinaio di metri da qui. perché togliesse il Governo da una situazione imbarazzante, è stato il premio pagato da un Ministro che opera molto più lontano, nei pressi del laghetto dell’EUR., a un amico di cordata. Questo è il buon governo (ricordate?).
Non bastano onerose consulenze a carico del bilancio dello Stato quando non anche e persino a carico del fondo per la retribuzione di posizione e di risultato dei dirigenti; non basta misurarci con fantasiosi sistemi di valutazione escogitati da imprese private, che nulla sanno di pubblico, a suon di prestigiose parcelle. No, non basta: occorre impadronirsi delle leve di comando che rimarranno nelle mani degli amici degli amici anche dopo che sia cambiato il Governo e la maggioranza che lo sostiene, in modo da piegare le pubbliche amministrazioni agli interessi di parte.
Ma l’eventuale nuovo Governo potrebbe “dover” produrre una nuova Frattini. un nuovo spoils system, così, per riequilibrare, mica per altro! Sappiamo di essere nel giusto; sono dentro di noi i valori costituzionali – a Costituzione invariata, beninteso – di legalità, di imparzialità e di buon andamento.
Altri. Governo compreso, neppure sanno cosa siano. Noi lotteremo, lotteremo fino in fondo, sì, per i nostri diritti di lavoratori, ma, soprattutto per un Pubblica Amministrazione efficiente e giusta nell’interesse esclusivo della nazione.


Massimo Fasoli
Segretario Generale della CIDA-Unadis