Dopo aver premiato “rispetto” nel 2024, l’Istituto Treccani ha puntato l’attenzione su un termine che, più che mai, invita a costruire legami solidi, sostenere relazioni affidabili e guardare al futuro con speranza.
Radicata nel latino – “fides” e “fidelitas” – e sviluppata nel Medioevo, la “fiducia”, spiegano gli esperti della Treccani, è “uno dei termini più ricorrenti quando si parla di affidamento, confidenza, fedeltà, fede, responsabilità e speranza nell’avvenire”.
“Fiducia” è la parola dell’anno 2025: in un tempo segnato da incertezze geopolitiche e sociali, la fiducia emerge come risposta essenziale al diffuso bisogno di guardare al futuro con aspettative positive. Si tratta di un desiderio fondato “sulla forza delle relazioni umane: sviluppare legami solidi, affidabili e duraturi non solo tra individui, ma anche tra i cittadini e le istituzioni”.
Senza fiducia non funzionano le istituzioni e l’organizzazione della vita pubblica non può andare avanti.
Oggi la fiducia è considerata la risorsa più preziosa in ogni campo, anche perché nelle società evolute la delega a qualcuno che operi a tutela degli interessi collettivi è in larga misura volontaria, discrezionale e soggetta a oscillazioni di ogni genere.
Vive di FIDUCIA il sindacato, anche quello dei dirigenti pubblici: si aderisce ad Unadis riponendo fiducia verso l’organizzazione, ma anche e soprattutto verso i rappresentanti sindacali che operano in esso, che sono colleghi dirigenti che difendono cause comuni, valorizzano la categoria e tutelano i singoli.
Unadis – come tutto il mondo della rappresentanza sindacale – vive un momento speciale, principalmente a causa di due fenomeni:
• l’individualizzazione di massa, cioè il fatto che l’insieme delle relazioni sociali in cui si esprime la nostra esperienza quotidiana della società è sempre meno caratterizzato dal riferimento agli altri e sempre più caratterizzato dal riferimento esclusivo a se stessi, con una conseguente perdita della capacità di costruire relazioni sociali;
• la disintermediazione, che è un fenomeno a sua volta dotato di due facce distinte: quella politica, inerente la perdita di ruolo dei soggetti della rappresentanza democratica e degli interessi organizzati (partiti, associazioni di categoria, sindacati, associazioni datoriali); e quella digitale, relativa alla capacità delle tecnologie digitali di rendere diretti e immediati, ovvero di modificare in maniera sostanziale, i rapporti e le relazioni fra soggetti diversi.
Per il Sindacato di dirigenti pubblici – che difende e tutela la funzione dirigenziale e chi è chiamato a guidare la “macchina pubblica” con disciplina e onore, competenza e merito – rispondere alla “solitudine del lavoro” è una sfida “radicale”, perché questa solitudine non deve diventare condizione umana.
La persona che lavora per lo Stato – e specialmente chi è a capo delle strutture gestionali- deve avere un orizzonte di possibilità nel mondo del lavoro pubblico, percepirne la mission (anzi, contribuire a delinearla) e contrastare ció che appare estremamente frammentato e individualizzato.
Noi dirigenti pubblici dobbiamo suscitare fiducia – verso la Pubblica Amministrazione e verso di noi – nei cittadini, nei collaboratori e nella politica, che deve sapere di poter contare su manager competenti e leali, pronti ad attuare l’indirizzo politico.
La fiducia del cittadino nelle istituzioni si misura tramite l’efficienza e l’efficacia delle risposte che la “macchina pubblica” fornisce, e che dipendono in larga misura da come noi dirigenti guidiamo l’organizzazione.
La fiducia che è riposta in noi, nella nostra competenza, nel rispetto del nostro ruolo di gestione delle persone e delle risorse (finanziarie e strumentali) che ci sono affidate è alla base del buon funzionamento della PA.
Ma questo buon funzionamento è dato anche dall’essere in rete tra di noi: essere uniti nella associazione di categoria ci rende dirigenti migliori, evidenzia che siamo capaci di costruire positive relazioni.
Il dirigente pubblico che aderisce al sindacato dei dirigenti compie un gesto concreto di fiducia.
L’adesione al sindacato di categoria è un modo per contrastare la società individualizzata di massa e la disintermediazione, è un gesto concreto per dire che si ha fiducia in se stessi, nel proprio ruolo, e nella relazione con gli altri e che si confida in possibilità altrui o proprie per essere più completi e per avere i corretti trattamenti giuridici ed economici.
Per chi, poi, chi poi sceglie di impegnarsi attivamente nel sindacato dei dirigenti significa anzitutto farlo “nel quotidiano”. Anche se ciò costa fatica, perché è impegnativo, perché richiede competenza – relazionale e di merito -, capacità di intervento, motivazione, determinazione.
Il sindacato si muove fra tutela individuale e collettiva: mentre curiamo la tutela individuale, (quando non addirittura dalla tutela spot, che è alla base dell’attuale domanda sindacale dei lavoratori, quella per cui un sindacalista oggi viene inteso dal lavoratore come un consulente a richiesta) dobbiamo rafforzare la tutela collettiva, che è la vera base della rivendicazione sindacale.
L’accompagnamento da parte del sindacato non risponde solo alla semplice soluzione di un problema contingente del singolo lavoratore, ma guarda alla necessità di dare una prospettiva retributiva e di carriera, il riconoscimento di un ruolo e quindi una nuova dignità, al lavoro e al lavoratore.
Che – nel caso del Dirigente pubblico – è un lavoratore che “risponde” (e, quindi, è responsabile) delle risorse dei cittadini, che vogliamo guardino ogni giorno di più con rispetto e fiducia verso coloro a cui queste risorse sono affidate.
Il sindacato dei dirigenti pubblici può fare affidamento già su un’identità forte, sulla dimensione identitaria di natura funzionale, legata ai nuovi contenuti del lavoro pubblico e al nuovo perimetro dello Stato.
Sul piano politico (non partitico, né ideologico) l’orizzonte futuro del sindacato dei dirigenti pubblici deve essere una rinnovata responsabilità, verso il mondo del lavoro pubblico, così come verso il paese nel suo complesso.
Unadis e Confdas devono operare ogni giorno per continuare a creare le condizioni per una dirigenza pubblica selezionata in maniera meritocratica, costantemente aggiornata, aperta alle sfide del digitale, correttamente difesa e tutelata dalle Amministrazioni in cui opera, anche grazie a Contratti collettivi, integrativi e individuali realmente valorizzanti il nostro lavoro.
E va in questa direzione la scelta forte di tornare ad occuparmi in prima persona e a tempo pieno di noi, della nostra funzione, del nostro ruolo, della nostra categoria, e ringrazio di cuore per la fiducia accordatami.
Come sottolinea l’Istituto Treccani, “la fiducia è oggi fragile e insieme indispensabile: è ciò che permette di aprirsi agli altri senza temere delusioni e di costruire progetti condivisi, un patrimonio etico capace di sostenere la società”.
Per noi dirigenti pubblici e per il nostro sindacato, auguro un 2026 di nuove responsabilità: ossia di risposte (da re-spondeo) positive alle chiamate quotidiane ad un agire imparziale, serio, alacre e creativo, per garantire l’efficienza della pubblica amministrazione al servizio della Nazione, in un contesto di rispetto per ognuno di noi e di riconoscimento del nostro ruolo, come singoli e come categoria.
Che a nessuno manchi la fiducia e che nessuno la tradisca!
Auguri di valore alla vita!
Il Segretario generale Unadis e Confdas
Barbara Casagrande
